Legno, vento, sale

10 Set
Go (gioco)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il go è un gioco da tavolo strategico per due giocatori.

Il go è giocato da due giocatori che collocano alternativamente pedine (dette pietre) nere e bianche sulle intersezioni vuote di una “scacchiera” (detta goban) dotata di una griglia 19 × 19. Lo scopo del gioco è il controllo di una zona del goban maggiore di quella controllata dall’avversario.

[Se non vedi il player, puoi scaricare l’mp3 qui.]

Le case di Holden erano spinte da un vento da terra. Quasi mai il vento veniva da lì. Verso l’interno, era progressivamente sempre più canne, fango, acqua bassa, ferma. Riserva, protetta e putrida.

Una striscia di case sfortunate stava tra la strada e le paludi. L’altra, più rada, tra la strada e l’oceano. Prima della spiaggia c’era un largo tratto di piante resistenti al sale.

Nessuna delle case sul mare era abitata in quel periodo, tranne quella di Jeff. Era il primo fine settimana di sole tiepido, la spiaggia bianca cominciava a scaldarsi.

Davanti alla casa di Jeff, dal lato della spiaggia, una veranda spoglia, in legno come tutto il resto. Dentro la grande sala la luce entrava da una finestra larga, in riquadri. Lì stava il goban: il tavolino per il gioco del Go. Un lato leggermente allungato, per rimanere quadrato nello sguardo dei combattenti. Era il baricentro della sala. Accanto, due ciotole piene di pedine, come grandi lenticchie. In una ciotola pedine bianche, nell’altra nere. Poi un portatile sottile, aperto, acceso. Un lampeggio sullo schermo, un’increspatura dell’equilibrio elettrico, era arrivata una mossa da un giocatore lontano. Gioco creato dall’imperatore, migliaia di anni fa. Seduto in fiore di loto su assi simmetriche, limpida mente di guerriero cinese, concepiva una sfida più ampia di ogni calcolo, il quadrante vasto, diciannove per diciannove. Trasmettere strategia al figlio, erede indegno dell’impero, inoffensivo perché incapace.

Jeff uscì dalla veranda della sua casa. Di lato la piscina, ora vuota, con un pavimento a cornice intorno, il messicano che lo stava manutenendo.

Prese il pontile che portava direttamente alla sabbia, girando intorno alla piscina, svoltando poi verso il mare. Arrivò verso la metà della parte del pontile che procedeva verso il mare. Si fermò, appoggiato alla balaustra. Sentì qualcosa, qualcosa sotto tra i ciuffi verdi. C’era un alligatore adulto.

Irina era sul letto, con la schiena appoggiata ai cuscini, le gambe distese dritte. Guardava fuori. Dalla finestra della stanza, al primo piano vedeva Jeff sul pontile. Più vicine al mare sulla spiaggia un gruppo di ragazze sedute cercava di raccogliere un po’ di sole nonostante il vento. Una si era distesa più vicina ai cespugli con le cuffie nelle orecchie. Irina seguì lo sguardo di Jeff, vide l’alligatore. Si staccò dalla parete, raccogliendo le ginocchia con le braccia al centro del letto.

L’odore forte delle ragazze arrivava alle narici del grande rettile. Oscillava il muso, largo. Gli alligatori, diversamente dai coccodrilli, cacciano fin dentro l’oceano. Quando sono in caccia, si muovono svelti anche sulla sabbia, con la coda che oscilla.

Jeff e Irina videro l’alligatore sollevarsi sulle zampe, incurvando il grande dorso. La vista acuta di Irina rilevò un reticolo, regolare, ripetuto. Generato in lunghe simmetrie accoppiatesi fino a quell’esemplare. Il giocatore di Go guarda il disegno complementare, quello delle righe che avanzano tra le scaglie. Era un bel disegno. A Irina venne in mente la nascita fantastica dell’I-Ching, dal guscio naturalmente intarsiato di una tartaruga.

Il dorso tra i cespugli si mosse, accorciando prima il lato sinistro, poi il destro, rivolgendo il muso verso il mare. L’odore di carne morbida, così prossima. Gli odori tentavano, ma erano troppi, un pericolo. Lento, si girò, i due spettatori videro scorrere il corpo a segmenti. Il cibo certo e sicuro della palude lo richiama, zampetta, striscia, oscilla verso la sua acqua dolciastra, lontano dal mare.

Irina ora non sarebbe più riuscita ad andare sulla spiaggia. Elencò i pezzi: il Go di sotto. Internet. Jeff, ebete sul pontile. Spiaggia off limits. North Carolina tutto intorno.

Ora avrebbe cercato la prossima mossa, una sola, da cui avrebbe vinto per conseguenza logica ed estetica. Calando la pedina sul goban avrebbe cambiato la forma dello schieramento, disegnando per complemento anche la debole forma di Jeff. Lui che non andava oltre la scacchiera. Jeff vedeva le combinazioni meccaniche, anche complesse, ma non immaginava un futuro completo del suo disegno: circondato senza sapere perché, soffocava all’improvviso.

Irina non aveva mai giocato in modo meccanico: era stata a lungo debole, con falle ovvie e belle formazioni, per poi improvvisamente vincere senza incertezze, superando tutti nella sua Belgrado.

E poi era stato sempre così, mentre discendeva nei kyu, diventando campionessa. Aveva incontrato Jeff, tra il pubblico di un’esibizione. Per un po’ la sua corte le era piaciuta. Era anche ricco. Ma presto aveva sbattuto nel vuoto. Aveva cercato di migliorare il suo gioco, come per lasciargli un dono d’addio. Ora quella nella sala doveva essere l’ultima partita con Jeff.

Quando aveva conquistato il titolo di maestro Irina era arrivata a percepire le linee più nascoste, di cui le avevano accennato i campioni. Queste linee si ritrovano da una partita all’altra. Le sarebbe piaciuto che il pattern d’attacco riprendesse la forma intravista sull’animale. Ma la difesa disordinata di Jeff non lo consentiva.

Vide la chiave della partita: bastava giocare al centro di un semicerchio tracciato da tangenti.  Era l’intersezione di righe di controllo di Jeff. Così la pedina giocata sarebbe apparsa solitaria, e invece definiva un cappio che avrebbe circondato e soffocato l’americano.

Prese la sua piccola valigia, la riempì in bagno. Scese al piano terra, vide dalla finestra della sala che Jeff era appoggiato alla balaustra del pontile, scherzava con le ragazze sulla spiaggia, che prima non aveva avvertito. Americani: improvvisamente familiari, improvvisamente indifferenti.

Fece la mossa del bianco sul goban, appoggiando il pezzo decisa come deve fare un maestro. Il suono secco e pulito amplificato dal vuoto interno del legno. Era un goban di grande qualità. Jeff sul pontile alzò la testa. Irina prese le chiavi della macchina, gliela avrebbe lasciata all’aeroporto di Charleston. Jean l’avrebbe ospitata a Parigi, in attesa della coincidenza per Belgrado.

La macchina passò accanto al cartello tra la spiaggia e la strada. Riportava il numero di morti affogati su quel tratto di spiaggia dall’inizio dell’anno: quattro.

Jeff era arrivato al limite dell’acqua, immerso le caviglie, stava appoggiato sui talloni che affondavano un po’. L’acqua sull’oceano ha sempre un tratto imperioso, anche quando è molto bassa. Quel lieve tirare verso sé del mare.

Sentì la Jaguar accendersi, si voltò di scatto. Il rumore morbido, del motore accarezzato. Non sapeva neanche che Irina guidasse. Rientrò di corsa, vide la mossa sul goban. Fermo, a lungo, osservava. Poi abbracciò il tavolino, in ginocchio. Aveva perso, e non poteva seguirne i perché.

L’alligatore sazio faceva brillare le forme delle sue scaglie, alla luce del tramonto che filtrava tra le canne.

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