Strappo 67

10 Set

sono le 5 di pomeriggio, o giù di lì. vorrei dormire ancora ma la prima zanzara tigre ha già pasteggiato con un po’ del mio sangue. se mi gratto mi verrà un bozzo, mi verrà sicuramente. altre ne arriveranno con i loro pungiglioni i loro voli sgembi. andranno avanti fino alle 7.30 poi arriveranno le altre, le zanzare nostrali intendo, a dar loro il cambio. così tanto per non farsi mancare nulla.

vorrei dormire e invece scrivo, eppure ho un sonno cane, roba da grulli. ma non devi dire mai giro che sei stanco altrimenti ti senti dire che non fai un cazzo, anzi che cazzeggi fisso e che loro sì che sono stanchi e dovrebbero avere il diritto di dormire. come quando da  bambini nell’eterna gara a che era di più, trovavi sempre quello che diceva

– io, uno sempre di più di te

è come cercare di spiegare che sono tutti bravi a lavorare sodo con il cane da guardia che li riguarda le bucce. provate a lavorate con un cane vecchio, cieco e stanco e continuate a fare il vostro lavoro con e contro la parte produttiva del paese. così tanto per non essere da meno, tanto per dire

– cazzo non puoi trattarmi con un pezzo di merda io ho lavorato con un cane e un lupo che mi squadravano, il primo dei due con il cronometro. prova a trattarmi da pari a pari e vedrai che da questo ammasso di cartaccia ti tiro fuori un tris e poi te la giochi te.

ma niente. niente fa fare. fatica sprecata, tempo rubato ad altro.

in vita mia sono stato anche più stanco in 2 situazioni differenti. completamente differenti.

1° volta. quando sei veramente stanco ti ritrovi che cammini con un solo occhio aperto, puntato sulle cose necessarie per farti fare il passo successivo che poi non è un altro che il penultimo della serie, se sei a lavorare pensi solo a quello, in realtà  cerchi solo di non farti male. l’altro occhio – l’altra parte di cervello – lo tieni chiuso lo utilizzerai la sera per la ragazza, gli amici, e anche lì cerchi di non farti male in pratica stai facendo l’occhiolino a te stesso, ti stai proprio fottendo è questo quello che voglio dire.

urla. polvere. fatica.

stiamo rifacendo l’intonaco su un terrazzo, io sono giù nella corte. con la betoniera, – che chiamano tutti bidoniera –. impasto la calcina, la porto al montacarichi – col cavolo che è elettrico – e la tiro su al quarto piano. ho calcolato che quando attacco la carderella – che per word 2003 non esiste neanche come calderella – passano una 30ina di secondi. tempo necessario per chiudere entrambi gli occhi. devo aver calcolato male o forse lassù si sono spicciati, visto che non sono neanche a 25 quando sento

– allora ragazzo che fai dormi e datti una smossa.

odio quando mi chiamano ragazzo ma non lo devi dire altrimenti ti chiamano una volta di più.

2° volta. avevo comprato la macchina nuova solo perché era arrivato il momento di comprarla. un po’ come quando arriva il momento di andare a scuola. pagata in contanti tutto compreso. era arrivato il momento di fare un viaggio e la necessità di portarla dal meccanico per farle dare una controllata, era stato anche il modo per fare il tagliando di 30mila.

quando ero tornato avevo intrapreso un altro viaggio cosa che mi portava a cambiare anche tre giacigli diversi in una notte anche se dormivo in compagnia solo nel primo. fatto sta che quando mi svegliavo non sapevo in quale ero, o se dovevo andare accompagnare lei a lavorare, o se ci dovevo andare io, o se dovevo saltare fuori dalla macchina il più velocemente possibile per raggiungere a piedi il posto di lavoro. se lo spostamento era in macchina e aveva come fine un giaciglio dovevo essere bravo a galleggiare nel limbo del dormiveglia senza sforare nel dormi e nello sveglia.  così da addormentarmi prontamente appena raggiunto lo posizione orizzontale, una specie di protratta visitina al bagno notturna. in inverno dovevo ricordarmi di fare la borsa dell’acqua altrimenti battevo i denti invece di dormire.

se mi prendevano le cascaggini mettevo i dead kennedys e se proprio non ce la facevo mi fermava a fare colazione. ecco che perdevo fra ninnole nannole davo l’addio ad un’ora di sonno. non esisteva ancora i rilevamenti delle infrazioni semaforiche così, che la notte, dovevi stare attento più a passare con il verde che con il rosso. una volta in p.za della libertà immettendomi in viale don minzoni, con il semaforo verde mi sono scambiato con un tipo che veniva in contromano e aveva bocciato il verde. solo il tempo di vedere la faccia, una specie di flash, un brutto sogno andato molto bene però.

una mattina, dopo un annetto di quella vita,  misi in moto macchina, lei fece tre passi – non uno di più – e poi si spense. non capivo cosa era che non andava,  eppure sarebbe bastato guardare sullo sportello il vecchio tagliando e confrontalo con quello del contachilometri che segnava 65mila.

p.s questa è stata una seduta di w.c giornal impegnativa, alla faccia del cazzeggio.

ci sarebbe anche una terza volta di stanchezza cronica  ma ve la racconto un’altra volta. Ma un po’ ve l’ho anticipata.

Ciao e buon riposo a tutti.

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