Le vicende di Ben Cotti – 4: E.R.

18 Set

Li riaprì tre giorni dopo. Soffitto bianco, testa che ronzava una flebo al braccio sinistro. Si passò la mano sulla testa. Ampia garza e cuoio capelluto a zero. No… cazzo l’avevano rasato. Si staccò la flebo e si mise in piedi. Raggiunse barcollante il bagno. Lo specchio confermò, era un cazzo di skin.

La finestra era aperta, la luce filtrava nella stanza e attraverso il rotolante semi aperto disegnava sul pavimento strane forme. Ben rise. Se riusciva a notare queste cose voleva dire che almeno per un certo verso era tutto ok. Prese fiato e raggiunse la terrazza. Guardò sotto e si ritrasse. Quarto piano. Sotto di lui Roma, guardò quella città per la prima volta – si può dire – treno, metropolitana, un capannone, un ospedale erano posti comuni a tutte le città, paesi del mondo. Doveva trovarsi in alto, magari su uno dei 7 colli. 7 colli, 7 re, il candelabro a 7 braccia. Tutto era 7 a quei tempi. Ma forse si era confuso e il suo era 1 abbaglio postraumatico.

Il click della porta lo destò dai suoi pensieri. Sentì i passi veloci venire verso di lui.

– Ma cosa fa’? È impazzito? È già un brutta giornata non ci si metta anche lei. Guardi che è stato molto male, in pericolo di vita.

– Non era un buona ragione per ridurmi così.

Ben si girò mostrandole la testa monda. Lei sorrise. Aveva i capelli biondo cenere, corti e taglio asimmetrico. Di quei capelli che  il parrucchiere deve essere bravo a tagliere e te devi

esser bravo a portare. Ben gli fissò il taschino arrotondato dal seno sinistro. Da cui spuntava un pacchetto di sigarette e la targhetta con il nome e cognome.

Si guardarono, poi Ben:

– Puoi offrirmi una sigaretta.

– Il poliziotto è sotto, lo devo avvertire.

– Dove fumo l’ultima sigaretta?

– Vieni, c’è una terrazza.

– Oppure?

– La lavanderia, ma il fumo, è al chiuso…

– Le fumiamo spente.

Nella lavanderia, l’afferrò e l’appoggiò su un cesto, lei non sembrava più molto preoccupata della salute del paziente. Era rotonda sotto il camice, gli sorrideva senza intimorirlo.

– Questi tre giorni ti ho guardato bene.

– Come ti sei permessa.

– Hai una bella schiena.

Cercarono di non far rumore, tra i lenzuoli era tutto ovattato, cotone e tette morbide, Ben sentiva il suo uccello entusiasta. Lo rifecero subito, prima con le bocche, alla fine gemevano in sincrono. Al ritorno in stanza Ben barcollava.

L’infermiera lo salutò con un bacio sulla fronte, e nessun rimpianto – non perché non fosse piaciuto. Una lunga consuetudine, l’assedio continuo di medici, infermieri, pazienti.

Lo sbirro arrivò dopo un minuto. Prese i vestiti di Ben dall’armadietto, gli buttò sul letto e ordinò:

– Vestiti, non abbiamo tutto il giorno.

Era un uomo brutto, fascino zero. Poteva solo scortare uomini in galera.

Nella punto scassata che usavano per i trasferimenti, Ben dietro, sbattuto, esausto. Aspirava il suo stesso odore, ne era rimasto di lei, sentiva la pelle in basso che già la ricercava. Scappare, tornare da lei. A stento ce l’avrebbe fatta a alzarsi, niente da fare.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: