Archivio | ottobre, 2010

Bencotti su Quando cala la nebbia rossa – di Derek Raymond

16 Ott

Massimo e Pietro osannano il libro di Derek Raymond (pseudonimo di Robin Cook) Quando cala la nebbia rossa, edito da Meridiano zero. Titolo originale Not Till the Red Fog Rises, pubblicato postumo nel 1994.


Se non ti funziona il player, puoi scaricare l’mp3 qui: https://bencotto.files.wordpress.com/2010/10/nebbiarossa.mp3

Voto finale: 5 cazzotti (su cinque).

Le vicende di Ben Cotti – 6: Raise to power

16 Ott

Franz era tedesco. Era un “rosso”‘, non si sapeva cosa aveva fatto, non ne parlava, e non stava col gruppo politici. A Ben cosa aveva fatto – non interessava. Ben era rapido in cucina, non faceva casini, aveva pazienza con i “clienti”. Lo chiamavano Monscerì, ma lui non reagiva, nessuno per ora gli aveva messo le mani addosso.

Franz lo adottò. Una mattina, passate due settimane di colazioni.

– Devo andar su – la rete degli uffici, un disastro.

– Ma qui c’è wireless?

Franz rise.

– Non si può. Regolamento. E poi chiamano i detenuti a fare le configurazioni.

Ben annuì, Franz riprese:

– Ti piacerebbe connetterti, eh?

Annuì ancora.

– Un modo ci sarebbe, die Vernetzung, il gancio alla rete su l’ho già preparato. Ci vorrebbe uno agile, per tirare il cavo da fuori…

– Ci sono, e ci sto.

Dovettero aspettare diversi giorni. Nel frattempo, si erano procurati il cavo UTP lungo, e Franz aveva piazzato il ripetitore fuori dalla finestra degli uffici.

Dalla finestrina delle cucine, si doveva salire sull’esterno per pochi metri. Era un tratto libero, comunque da lì non si usciva, si cascava sempre nella struttura. Ma loro dovevano uscire solo con un debole flusso elettrico.

Dalla finestrella spuntò il cavo, Franz lo assicurò all’interno. Tenendosi all’infisso della finestra Ben ricascò in cucina:

– Tutto fatto.

– Vediamo, Monscerì.

Attaccarono il portatile scassato al cavo, la luce di connettività si accese.

– Es funktioniert! E ora das Director. ci connettiamo in desktop remoto – l’ho abilitato all’ultima visita, e siamo a posto.

– La password del direttore?

– Grandhotel. Sì, ci piglia pure per culo.

Tramite quel cavo sottile, si aprì il mondo burocratico, bizzoso e privato del direttore, e anche l’accesso al fuori. Sapevano prima di tutti i turni, i trasferimenti, le scadenze, i favori. Iniziarono a vendere le informazioni, a sputtanare i secondini. Si procurarono un portatile nuovo, Franz fece configurare l’ Ubuntu a “monscerì” Ben.

Ormai stava per entrare in semilibertà – dei tre mesi per rissa ne faceva uno solo del tutto dentro. Ben era popolare e potente – ma stava per perdere l’aggancio lì dentro. Franz era forte, ma Ben aveva capito che a lui la rete del direttore e il giro lì dentro bastava. A lui no.

Quando aveva iniziato a battersi sul ring, gli amici con lui si allenavano, tiravano un po’. Ma a Ben non bastava, insisteva, cercava la tecnica, il colpo migliore. Aveva l’idea di essere veramente forte, in una qualsiasi cosa. Era questo che mancava a quei coatti – si fermavano sempre troppo presto.

Tutti i giorni in biblioteca, si era procurato i testi per rinfrescare la programmazione in C, le API nuove. Imparava veloce.

Poi la semilibertà anticipata, passava le giornate nella biblioteca di ingegneria, testi, codice e l’aiuto in rete dei compagni. Lavorava al regalino d’addio per il direttore. Trovò un vero asso in rete, “Leibniz”, smozzicava il suo inglese sulla chat.

La prima alfa del programma-regalo per il direttore – un cavallo di Troia – fece quello che un vero hacker non fa mai: passò i sorgenti completi a Leibniz. La segretezza è la finta forza dei deboli – il mondo degli hacker è riempito da stupidi. In 24 ore, Leibniz gli rese il codice, mille volte migliorato, con anche un cavallo di troia nascosto nel cavallo di troia.

Ben era certo che il “regalo” Leibniz glielo avrebbe migliorato ma anche bacato con un suo trucchetto, un verme, per metterlo alla prova. Due giorni per trovare e togliere il verme. Poi Leibniz in chat:

– Notizie?

– Ho trovato il trucco – il tuo verme è nascosto con una codifica in base 7.

– Bravo Candide – benvenuto tra noi.

All’inizio, tra l’inesperienza e l’inglese smozzicato, sulla chat dei tosti gli avevano imposto il nick “Candide”. Sempre sti nomignoli del cazzo.

Dopo un mese di semilibertà, il giorno prima di salutare il Grand Hotel, piazzò il cavallo di Troia al direttore. gli dava accesso da web a quella macchina e controllo completo. La miniera restava aperta, anche da fuori.

Usciva con già dei soldi in tasca, bastava trovare una prima carta di credito da pompare. Si fece portare al quartiere Prati, viale Giulio Cesare, case danarose. Un palazzo con un bar, comodamente dal tavolino – un aperitivo – agganciò una wireless, con una password ridicola. Leibniz gli aveva passato un croato che puliva i trasferimenti da carta di credito – si teneva il 10% – poco più di Paypal, e con più servizio.

Doveva però avere un conto in banca. Non aveva aspettato, dalla semilibertà aveva già aperto un conto via web e anche uno su Paypal. Il primo colpo lo doveva far subito, la sua nuova vita. Connesso, subito l’home banking. Allora faceva le ricerche a mano, non aveva ancora gli scanner, e anche i bonifici. Cazzo, 9000 Euro di disponibilità sul conto. Subito un bonifico di 8900 Euro, così il polletto non andava in rosso e nessun allarme.

Controllò la chat, Leibniz non c’era, l’ultimo recapito del croato – cambiava spesso – provò a chiamarlo. In linea. Visto il bonifico, “Where shall I move the 8000?”. Si era fregato dieci Euro, vabbeh, e 8000 chi i ha mai visti. Ben diede l’account Paypal le coordinate del conto appena aperto – tutta la comunicazione era criptata ad una infinità di bit – “You should have it by tomorrow.” Tutto in mezz’ora. 16000 Euro l’ora – da pazzi.

Era uscito dal Grand Hotel con 500 Euro in tasca.  Con quelli deve arrivare solo a domani. Poteva sbroccare, coca e festini, da tipico stronzo romano. Ma l’ideologia hacker gli stava dando tutto, voleva rimanere fedele. Voleva un profilo basso.

Franz quest’anno uscirà. Magari potrebbero prendere un appartamento insieme. Da domani gli farà arrivare il pranzo da fuori – cliente di lusso.

Tornò alla palestra “da Ettore”, che finalmente conobbe. Affittò l’appartamento all’ultimo piano di quel palazzo sgangherato, per mantenere un buon nome nel circondario fece sapere che spacciava coca a pochi ma potenti viziosi. Mantenne il soprannome Monscerì – anonimo, perfetto.

Si procurò anche un ferro, lo teneva sotto il portatile – seduto lì davanti era il posto in cui passava più tempo quando era in casa.

La passione

16 Ott

Una sera mentre mi rivesto, una sera così, invece di dare e ricevere il solito ciao stretto fra i denti, invece di pensare a cosa dire e fare dopo aver sentito la porta alle spalle:

– non te ne andare, raccontami qualcosa, non voglio addormentarmi da sola

– e dai è mezzanotte passata, lo sai che devo andare

– e dai solo per una volta

– vabbe’ ma che ti racconto?

– qualsiasi cosa, voglio sentire la tua voce

– lo sai che queste cose sono pericolose

– perché?

– lo sai

– prometto che sto buona buona dopo

– okkei

La prima Passione per me è stata il cinema, o quello che del cinema fanno vedere alla televisione, perché almeno che tu non sia il figlio bruttino e occhialuto di un cineasta portoghese con la passione delle bionde platino e del poker, il primo cinema che vedi e quello passato alla televisione. Non parliamo poi dei libri, quelli arrivano talmente dopo che non sto a dirti neanche il perché, altrimenti ti annoio. Ti sto annoiando

– no

– senti io te la racconto come se fossi u po’ ubriaco, hai presente quella sera con gli amici giusti, la birra giusta ecc… perché quando uno racconta lo deve essere – un po’ ubriaco intendo -.

Per Tom Sawyer punito per una birbonata dalla zia mi sono messo a piangere. Le avventure di Tom Sawyer sai: l’amico Huck, il Mississippi, l’indiani Joe ecc

– ma dai fighissimo, lo guardavo anch’io, metà cartone, metà film. Bellissimo. E che paura l’Indiano Joe e quella scena al cimitero poi, da brividi cavolo

– eh sì, roba da cacarsi addosso, mi ricordo quella puntata dove Tom Huck e Becky scappano per sfuggire all’Idiano Joe, con addosso sacchi contenenti oro e devono sbarazzarsene per non farsi rallentare e divenire così preda dell’inseguitore

– è Huck l’ultimo a sbarazzarsene, mi sembra

– sì proprio lui, è Becky, la ragazza, a capire tutto prima

– intuito femminile, bello però perché non andiamo al cinema una di queste sere?

– …. sì

– che andiamo a vedere?

– la Passione è un bel film

– l’hai visto? O hai solo letto qualcosa?

– l’ho visto al Portico, ma se vuoi ci torniamo

– davvero, quella sala resiste alle multisale, spesso con film di qualità

– c’ho visto un sacco di film belli, Forrest Gump l’ho visto lì

– cavolo anch’io

– chissà, magari ci siamo visti

– magari

– la prima volta al Portico ci sono andato a 15 anni in compagnia dei miei amici, era l’ultimo dell’anno, il film era Top Secret

– bello?

– insomma, una parodia del genere 007 se ricordo bene

– ahhh

– comunque alla fine del film tre ragazzi ci aspettarono fuori per picchiarci

– e perché?

– non c’era un perché, probabile che quella era la loro zona e noi avevamo fatto un po’ di casino. A quei tempi guardavamo “i guerrieri della notte” tutti i giorni, e poi i risultati erano quelli

– vi hanno picchiato?

– no, perché alla fine non erano così cattivi, e poi non ci andava tanto di essere picchiati. In altre zone con altri soggetti sarebbe andata peggio, sai noi eravamo in una specie di terra di mezzo, botte e violenza ci attiravano, ma poi le nostre famiglie erano okkei. Una specie di deterrente che poi non ci ha fatto fare troppe cazzate… ma che stavo dicendo?

– delle cazzate

– no no  prima

– del Cinema, del Portico

– ah ok, in quella sala ho visto anche “Francesco” con Mickey Rourke, la storia di San Francesco

– non ci credo Mickey Rourke Santo?

– è vero, non ti so dire molto di più però. Siamo stati 10 minuti in sala e poi siamo skizzati fuori

– vi sentivate poco bene?

– no, eravamo ubriachi, sai era sabato sera e avevamo 19 anni. Ci hanno scaricato alla stazione del campo di marte, altrimenti sboccavamo in macchina

– uhm, ma una volta c’è stata in cui tutto è andato normalmente?

– certo, quando ho visto “Into the Wild” ero sobrio, per me è stato stupendo, forse perché l’ho visto in momento particolare della mia vita – il film resta bellissimo – pensa che sono andato al primo spettacolo e non avevo neanche mangiato. Quando sono tornato a casa era ancora così emozionato che mi era passata la fame – e anche questo mica è del tutto normale –

– cavolo, me lo so sono perso, è uscito in dvd?

– non lo so? Ma ci do’ un occhio… sì però se andiamo avanti così finisce che…

– continua per favore

– insomma la Passione, sono stato a vederla perché nel cast c’è Silvio Orlando

– c’è anche Battiston

– sì e fa’ anache una bella parte, il film è una metafora della Passione di Cristo e la Passione di un regista che non fa’ un film da 5 anni, ed è chiamato a farlo con la starletta del momento, regina di una fiction popolarissima, in un’Italia così immorale che non s’indigna più di niente: politici corrotti, donne senza scrupoli e ricattatrici. Ma il nostro regista non ha una cavolo di idea – per il film intendo -, e a chi gliela chiede risponde aggrappandosi alla prima cosa che vede. Due turisti, un benzinaio… Poi per una strana combinazione, è costretto, a fare la regia per la rappresentazione della Passione di Cristo in un paesino toscano, è qui che incontra Battiston

– sembra bello

– e poi c’è un ragazzo, con i capelli lunghi, di quelli che t’immagini con poco voglia di studiare a protestare contro la Gelmini . Che a un cero punto della rappresentazione, dopo la caduta di Battiston dalla sgabello, si gira verso il pubblico e dice qualcosa come: “  E’ CADUTO, E ALLORA? ANDATE VIA, SE NON VI PIACE, QUI CI SI METTE L’ANIMA”

– la Passione

– appunto… vuoi che rimanga qui?

– sì