Sull’erba tra i gard rail – prima parte

16 Ott

Sedici ore di viaggio e film ingoiati interi. Classe economica. Non gli era rimasto quasi nulla. Ripensò alla serie di falli d’oro, che riposavano nella sala registrazione. Svettavano.

Atterrato. Spiegò le pieghe del corpo, in coda alla dogana brasiliana, incastrato in un gruppo di russi minacciosi e apparentemente privi di tutto. L’agente ai visti, quasi cortese – giovane, carina. Guardando meglio, qui tutti gli agenti sono ragazzini.

Schiera di tassisti con cartelli, per il pianeta gassoso di San Paolo Brazil. A misura d’uomo impazzito.

Ecco le mie gemelle stereofoniche, compatriote belghe. Sono loro, sì, ma. I frontali cresciuti? Il resto no. Forse anche le labbra più spesse? Forse anche gli zigomi. Che cazzo hanno fatto. Baci casti.

– Ma voi?

– Belle no? E tu, cretino?

Il suono a scoppi del fiammingo. Poi silenzio.

– Ve beh, per me andate bene. Ora vi devo sposare per forza.

Non ridono. Non lo guardano. Hm.

– Carlos – ci aspetta fuori.

Ecco, niente di buono. “Carlos”, che nome da stronzo. Fuori. L’aria di San Paolo d’inverno – calduccia, umida e immobile. La macchina al parcheggio – una Jaguar accesa. Alla guida, Carlos, fumante, chiuso nell’aria condizionata. Vede Jan, alza le braccia nelle maniche della divisa da truffatori – giacca Armani – contorce il viso in insulti. Jan sale con le gemelle, tutti dietro, Carlos autista.

– Salve.

Carlos non risponde. Tocca il frontale, aumenta l’aria condizionata. Partono, guida per poco, raggiunge la coda di macchine – tutte vorrebbero andare altrove, e si bloccano l’una con l’altra. San Paolo non ha centro – solo direzioni in un piano illimitato, linee coperte da macchine in coda, immobili.

Carlos mugugna, Jan pensa insulti senza dirli, coniglio.

– Ha portato i soldi?

Carlos parla alle gemelle, senza rivolgere la parola a Jan. E Jan – contraccambiare:

– Cosa vuole da me?

Le ragazze si guardano, ridacchiano. Ma sono nervose. La prima a Jan.

– Hai portato qualcosa? Contanti?

– Nulla, non ho più nulla.

– Neanche noi.

– Ma i cazzi d’oro? Non vi è avanzato niente? Mi avete rubato tutto il premio!

– Le statue d’oro, le ha fatte un amico di Carlos. Speso tutto.

Quindi Carlito si era già preso tutto.

– Potremmo rivenderle… qui stiamo ai Jardins, servono soldi.

– Non le ho portate, e poi ora sono solo mie. Vivete Con Carlito?

– Sì.

Risposero unisone. Qualcosa di stonato nel sì.  Il bisonte alla guida aveva inquadrato Jan nello specchietto multifunzionale della Jaguar. La macchina era già ferma in coda, Prince Charles la bloccò col freno a mano.  Si girò, la manona principale cercava il collo di Jan, quella secondaria rovistava il cassetto del cruscotto in cerca della pistola, trovata, piccola in quella mano. Carlos:

– I soldi, bastardo, qui ci servono i soldi dei preti.

Chissà cosa gli avevano detto le gemelle – e chissà cosa aveva capito. Il colpo casuale dal sedile anteriore può bastare a genitori esasperati, ma non a un professionista del maltrattamento. Carlos scese, entrò dal lato, estrasse Jan. Schiaffi, pugni, Jan non respirava quasi.

– Ultima volta: i soldi?

Jan negò piangendo. La coda di macchine davanti si era mossa, suonavano, i bloccati iniziavano a scendere minacciosi verso la Jaguar. Carlos risalì, bloccò le portiere, una gemella fece in tempo a urlare dal finestrino “Non ti preoccupare, è fatto così.”

Jan tra le macchine, la Jaguar si allontanava silenziosa. Dalle altre macchine insulti, sgommate, risate di scherno.  Riuscì ad arrivare integro al guard rail, nonostante un occhio chiuso da un pugno. All’interno un giardinetto ben tenuto, largo circa un metro, lunghezza infinita in entrambe le direzioni – la striscia che separa le colonne di macchine ferme. Stava meglio delle abitazioni e campi devastati ai lati della strada. Brasile e l’abbondanza di schiavi – costa meno mantenere la striscia floreale soffocata tra le auto che migliorare l’intorno.  L’aria aromatizzata di gomma bruciata, ferma, come le macchine in coda.  Dai finestrini qualche sguardo sfuggente verso Jan, curvo sull’erba. Sguardi addestrati ad ignorare disperazione in ogni forma.  Jan si raddrizzò in parte, iniziò la marcia verso l’obiettivo – come le macchine, da qualche parte andavano.   Un tassista con i finestrini aperti, al suo fianco come cliente una televisione accesa sul sedile, gli accennò un sorriso. “Tra poco gioca il San Paulo”. Jan non era preparato. Ripartì.

Sete. Attraversò l’autostrada, una striscia di case in cemento, poi le baracche senza fine.

Il bar era su un angolo. Il quadrato del bar era composto da muro su due lati, un lungo tavolo scortecciato sul terzo e il quarto aperto sulla strada. Era un edificio in muratura, già un lusso.

Il bar si chiamava Bar de Pipa – bar dell’aquilone. Il barista annuiva un po’ sdentato, facendo cenno di sedersi, aveva capito Jan da come era entrato, sperso. Un cenno per farlo sedere al tavolo di un vecchio – il primo che vedeva a San Paolo. Una birra incamiciata, come si serve ai paulisti. Il vecchio, un viso impassibile, eppure accogliente, incoraggiò Jan:

– Beber.

Buona. Jan provò a esprimersi in lingua imperiale:

– Not bad.

Sorridevano, forse capivano. Il vecchio:

– Qual é o problema?

Esitando.

– Esta Carlos. Carlos took my women, my girls, my money, l’argent.

– Você não tem mais nada?

– Nada, nada.

– Isso é bom. Beber. Está livre hoje.

Poi si alzò lentamente, gli fece cenno di seguirlo. Il barista sorrideva, annuiva. Uscirono senza pagare. Arrivarono a una baracca tenuta insieme speranzosamente, pareti cartonate. Dentro, un materasso su un soppalco.

– Você pode dormir lá.

Iniziò la prima settimana nella comunità, dormendo da Lucio. Provò a proporsi come venditore di tessere telefoniche compromesse, addestrato da uno dei suoi nuovi amici, che con stimolo risposta lo condizionò al poco portoghese necessario. Lo portava in strade affollate di giovani senza direzione definita, lunghe strade con lo stesso negozio clonato, ripetuto dall’inizio alla fine. Non vendeva mai nulla.

Vagare per quel pianeta abbandonato da tutti gli dei. La determinazione al dominio che ha fatto cementificare ogni possibile manifestazione di grazia. L’aria stabile, aromatizzata da gomma bruciata. Cenava al bar col vecchio, nessuno sembrava pagare. Accompagnati dal ronzio del televisore appeso e precario. In Brasile ci sono anche le televisioni di strada, esposte e condivise, un diritto di chi in strada ci vive. Un giorno di quella settimana di favela vide alla televisione l’inizio di un’intervista a un suo collega, conosciuto a Lovanio. Con la giacca. Non lo invidiò. Il barista cambiò rapidamente canale.

Una Risposta to “Sull’erba tra i gard rail – prima parte”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Sull’erba tra i guard rail – seconda parte « Ben Cotti - 21 novembre , 2010

    […] Questa è la seconda parte del racconto – la prima parte è qui. […]

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