Sull’erba tra i guard rail – seconda parte

21 Nov

Questa è la seconda parte del racconto – la prima parte è qui.

Nella favela c’è tutto – anche internetto. La segregazione tra il cartonato e il grattacielo – il confine ufficioso pattugliato all’esterno da poliziotti di vari tipi. Gli ufficiali che pattugliano l’interno della favela invece sono preti, assistenti sociali e spacciatori – ognuno con il suo genere di rodere dentro – tra l’allegria imbattibile dei comunardi.

La birra la sera, anche una festa del quartiere, qualche arma intravista, tante ragazze potenti e abbronzate – non sulle spiagge, roba da ricchi – aiuti genetici e assolature sui tetti precari dei cartonati.

Durante la festa, un crocchio di tipi tosti e collanati, qualche arma intravista.

– Tu sei quello di Carlos.

Mani strette, sorrisi.

– Sì. Quello che mi ha rovinato.

Marcelo:

– Se n’è parlato – qui c’è love, love between brothers.

Marcelo allargò le braccia per includere gli scossi a ritmo, movimento d’inclusione messianica che evidenziò il rigonfio dell’arma alla cintola.

– Tutti come fratelli. Sì, una visita si può fare – vero?

Annuiscono. Ancora strette di mano, “Bravo Jan”, “Cool”, il gruppo si scioglie.

***

Marcelo ha una sola regola: i suoi uomini non si drogano. Sorvegliano, ingiustiziano, spacciano. Ma non si drogano. Prima della visita – andiamo in una specie di capanna interna a una casa cartonata – una stanza circolare. Un uomo alto, magro, stringe la mano a tutti, alcuni li bacia. Al centro della stanza, un braccio e una mano per terra, in una manica di camicia elegante. L’uomo gira intorno all’arto, inizia a chiacchierarci, poi a saltare, un respiro, chiama il nostro intorno, tutti insieme. Finito.

Marcelo assicura che ora la mano di Carlos non ci potrà far male. Tutti pagano in un cappello, anche Jan, Marcelo gli ha passato dei reais.

Prima di salire in macchina, Marcelo, il discorso ai suoi:

– Che modo è di accogliere il nostro Joao a San Paolo? Carlos merita una punizione, e tutti noi un premio.

Pausa, annuire.

– Avete le armi cariche?

Pausa, annuire.

– Andiamo.

Fuori dalla favela, lungo percorso fino ai Jardins, case e palazzi dei ricchissimi, fortificati. Accostano la macchina in vista del palazzo: nuovo, tanto vetro, doppi cancelli, guardia nel casotto e guardia esterna. Come arrivare da Carlos? Jan:

– Rinunciamo.

Marcelo:

– Con calma, il modo di entrare si trova.

Passano lentamente davanti, scrutando le guardie. A Jan sembrò una cattiva mossa – insospettirli – invece faceva parte del progredire della minaccia.

La guardia sembrava già spaventata, forse pronta a scappare.

Ripassarono. Marcelo a Jan:

– Guarda, se fa il cenno con la testa, non vuole la guerra.

La guardia fece un ampio cenno con la testa. Accostarono, la guardia venne al finestrino.

– Chi volete?

– Carlos.

– Ah lo sapevo che era per quel bastardo. Vi faccio entrare.

Marcelo:

– Sì, prima pensiamo alla telecamera.

Si incappucciarono, anche Jan. Marcelo aveva una bomboletta nera nel portaoggetti. La passò a quello più alto, che oscurò la lente. “Tutti fuori”. La guardia gli aprì il portone sghignazzando:

– Prego, e fategli male.

Dentro, le pistole silenziate uscirono dai giubbotti. L’ascensore si apriva direttamente dentro l’appartamento. Entrarono felpati, un corridoio buio. La luce non funzionava.

Sorpresa: Carlos li inquadrava con la luce del puntatore di un fucile automatico a canne mozze da una feritoia. L’architetto aveva disegnato la feritoia per un effetto di luce, e ora Carlos gli aveva restituito il senso proprio.

– Indietro stronzi, tutti tranne il finocchio.

I guerrieri sparirono rapidamente nell’ascensore, arretrando a chiappe strette, lasciando Jan da solo.

– Io… non sono armato.

– Spogliati.

– Mah…

– Su carino. Non sto qui a discutere.

La luce del mirino gli oscillava sotto la cintura. Si spogliò fino alle mutande.

– Anche quelle.

Carlos uscì da dietro il muro, aveva il fucile in una mano e un coltello a serramanico nell’altra.

– Stavolta non ti taglio niente – macchieresti.

Rimase un po’ a guardarlo tremare.

– Ora puoi andare.

Jan chiamò l’ascensore, tra gli sghignazzi di Carlos, e scese. Nel sotterraneo, i suoi non c’erano.

Sentì il portone del garage sollevarsi, si accucciò in un angolo buio. Entrò un Hummer rosa. Le gemelle scesero dal fuoristrada blindato, cariche di acquisti griffati. Si fece avanti dal buio, le due sguainarono due automatiche decorate puntandogliele agli occhi.

– Oh, è il cretino. Messo bene, eh?

– E’ stato il vostro Carlos.

Piagnucolava.

– Ora ci ha un po’ stufato. Aspetta qui.

Lo fecero entrare nel Hummer, dietro, come un cane. Chiusero. Era passato molto tempo, poco? Non piagnucolava più. Sentì l’ascensore aprirsi, Carlos ne uscì quasi cascando. Il viso tumefatto, nudo anche lui.

– Puttane!

Iniziò a battere sul portone, chiamando i guardiani.

– Portatemi vestiti, scarpe!

I due guardiani aprirono, con sorrisetti malvagi e sfollagente in mano. Lo spinsero fuori a calci, nudo. Sotto la luce del faro esterno, fuori dal cerchio di luce, Jan vide i suoi compagni che aspettavano Carlos. Non guardò oltre, uscì dall’Hummer, prese l’ascensore. Su le due gemelle lo aspettavano divertite, facendo sobbalzare i frontali siliconati.

– Welcome to Brazil.

– Stronze.

Marcos probabilmente era già morto – o peggio. Cercò di fare un cigno di carta, come un buon cattivo, ma gli venne un pastrocchio, lo buttò. Si fece un lungo bagno nella Jacuzzi. Da solo.

***

La sera seguente c’era la festa periodica della comunidad. Jan e le gemelle si presentarono ben oliati, accolti da abbracci, poi dall’onda della musica. L’uomo si distingue dagli animali per la facoltà di festeggiare. L’alcool, il ritmo delle casse, i pezzi di un rituale sacro, non partecipare alla festa è appunto un’offesa grave, un insulto agli dei. Jan provò a chiedere di Carlos ai suoi “fratelli” – ottenne risate e occhiolini.

Il mattino dopo, brutalismo naturale della vita. Svegliatosi nel materasso in un angolo del cartonato di Lucio, trasferimento al Bar de Pipa. Arrivano le gemelle, uscite da stanze diverse della favela. Again, welcome to Brazil.

Colazione con mango al cucchiaio, mirando i movimenti indotti dei frontali, artificiali ma comunque efficaci. L’aria sempre ferma, tiepida o calda. I “negozi” della favela – mai visto pagare.

***

Nella favela, esterni alla linea del dovere. La mente tranquillizzata dei tre fiamminghi, Jan e le due gemelle. Decisero di sposarsi. Per superare il tabù anti bigamico, decisero di confidare nell’incapacità comunicative dello stato brasiliano, sudato, affannato, immobile.

Fissarono il primo matrimonio al mattino, e il secondo poco dopo, in due quartieri lontani. Tutto organizzato dalle gemelle. Jan:

– Ma come ci arriveremo in tempo, il traffico.

– Elicottero. Già prenotato.

Ecco, l’elicottero. A San Paolo non danno pace, ronzano senza tregua, aggiungendo un piano di caos a quello delle macchine. I soldi per il matrimonio glieli aveva westerniunati Paolo da Parigi, in teoria vendendo un fallo d’oro, in realtà dalle sue tasche generose.

Nell’elicottero stavano in sei con il pilota – le spose, Jan, e il vecchio Lucio e il barista come testimoni. Le spose si scambiarono il vestito durante il volo, mentre Jan cercava di non vomitare troppo.

***

La sera dopo, al “ristorante” giapponese. Jan mangiava lì, ora che aveva un po’ di soldi.

– Il solito?

– Sì, grazie.

Il ramen caldo con il pesce sfatto – un cibo che sazia e non nutre. Aspettando sulla superficie calda, scorrendola con lo sguardo, riusciva a perdersi tra sé. Una vita ad alta socialità – che fatica. Arriva Marcelo. Cammina compatto dalle anche alle spalle. Serio.

– Siamo pronti per un altro colpo. Tu hai l’appartamento nei Jardins – amici ricchi. Noi siamo tutti fratelli, brothers.

– E ora è il mio turno.

– Sì.

– Ci devo lavorare, farmi degli amici.

– Sì. Presto però.

Il mattino dopo, Jan andò con le sue spose all’appartamento.- Agenzia Zeta? Parla inglese? Bene. Sono Jan De Brujere, ho un appartamento da vendere in Jardins… Sì, se passa tra poco ci siamo.

Con le stereofoniche, volo in business class, Parigi. Addio San Paolo.

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