Archivio | Ben Cotti – la storia RSS feed for this section

Le vicende di Ben Cotti – 0: Speed dating

21 Nov

– No, venerdì non posso ho lo speed dating.

– Lo spiddeche?

– Lo speed dating, incontri gente nuova stimolante – tutto veloce.

– Ahh.

La metropolitana rallentò, la ragazza dello speed dating finì per urtare Ben. Neanche si girò a guardarlo, poi rivolgendosi all’amica:

– Questa è la mia fermata – ci vediamo, ciao troia.

L’altra rimase assente per un paio di secondo poi biascicò un ciao.

A casa dopo un giretto sulla rete Ben aveva un indirizzo e il nome di tre locali. Scelse quello che gli pareva meno in vista, il resto si sarebbe visto domani.

Procedeva a passi spediti verso “Il Meeting”, vide l’insegna, rallentò passò il locale. Si fermò dopo una decina di metri. Notò una ragazza, carina, misero mano  contemporaneamente al pacchetto di sigarette e ne accese una.

Ora la ragazza era impegnata al cellulare.

Rimase ancora un secondo impalato, gettò la sigaretta. Si trattava di lavoro. Andò dritto verso l’entrata.

Dietro di lui la ragazza si era infilata sfruttando la porta aperta. Affiancati nell’entrata, lei gli sorrise, lui ricambiò.

– Ecco la decima coppia!!!

Esclamò un tizio sulla quarantina con giacca e  pantaloni troppo aderenti per il suo giro vita, la bocca come un enorme arco di trionfo alla rovescia. Poi ancora con la mano tesa:

– Venite, io sono Alex qui tutti abbiamo un nome fittizio

Ben:

– Piacere io sono Max

La ragazza.

– Alice.

Alex sparò di fila, meccanicamente:

– Bene bene, qui ci sono le schede di valutazione e una drink card, sono venti euro a testa, andate a mettervi con il vostro gruppo, tra poco iniziamo.

Uomini con uomini. Donne con donne. Al centro della stanza c’erano dieci tavoli da due persone, staccati uno dall’altro da meno di 30 cm.

Alex controllò il suo cronografo ed esclamò:

– Via, da ora 3 minuti per ogni incontro.

Gli uomini si sedettero alle spalle della vetrina le donne dall’altro lato.

A Ben capitò una tizia con una gran faccia a mela per l’occasione aveva messo un rossetto rosso fuoco andando ben oltre il contorno delle labbra. L’effetto. Pagliaccio da circo.

Dopo dieci secondi d’imbarazzo fu Ben a muoversi con un:

– Ciao io sono Max

– Piacere Isotta

– Che fai nella vita?

– Devo iniziare medicina, sono anche appassionata di web, costruisco siti, l’html…

– Io faccio il magazziniere, di computer capisco poco, spunto le fatture con la penna, mi piacciono i film horror

– Figo ho visto tutto la saga di Twilight.

– Uhm non sono quelli …

– Di dove sei?

Interruppe Isotta lanciata a manetta.

– Sono nato in Inghilterra ma vivo qui, a Settebagni da dieci anni e tu?

– Di Roma sto dietro ai Fori imperiali. Sei per la Roma o per la Lazio? non perché sai mio papa e per la Roma fracico mentre mio cognato è per la Lazio, vedessi che lotte quando alla domenica viene a  pranzo con mia sorella e poi quando c’è il derby…

Ben aveva staccato la comunicazione, si divertiva a sentire come se la cavava il suo vicino che recitava:

– Sono single da sei mesi, una storia lunga, finta male, ancora non mi sento pronto. Non  mi fraintendere sono un ragazzo a posto, solo sono esperienze che ti segnano

Ben pensò che era a posto, solo doveva coprire il segno bianco della fede sull’abbronzatura di Ostia.

– Tempo scaduto secondo incontro, prego scalare di posto.

Era al quarto incontro e ancora nulla, peggio che in discoteca. La testa aveva preso a martellare, le parole riprese dalle altre ragazze e reiterate da quella che aveva di fronte gli iniziavano a battere contro le tempie, una dopo l’altra. Boom – Boom – Boom.

Ben ora sedeva davanti all’ultima. I tre minuti erano appena partiti.

– Ciao…

– Scusa se t’interrompo, hai mica una pasticca per il mal di testa?

– Sì te la cerco in borsa.

Al momento di ricevere la pasticca nel palmo della mano Ben sentì una mano appoggiata pesantemente sulla sua spalla destra e le parole.

– Niente pasticchine strane qui ragazzi.

Ben si girò. Alex a bocca chiusa assomigliava ad una carpa giapponese. Ben non aveva una faccia da scherzare. Alex riprese la mano e se la ficcò in tasca. Ben:

– E’ solo una pasticca per il mal di testa.

– Ah bene, vuoi un po’ d’acqua.

– No.

Ben mandò giù la pasticca. Alex controllò il cronografo e tornò a posizionarsi al centro della stanza:

– Grazie … Alice.

Disse Ben rivolgendosi alla ragazza

– Figurati anch’io soffro di mal di testa e se non prendo subito qualcosa la testa mi esplode.

– Di solito ho le mie pasticche, ma cambiandomi i jeans le ho dimenticate.

– Sembra che per questi incontri ci siamo tutti preparati alla solita maniera, ma se proprio lo vuoi sapere queste sul mal di testa mi sembrano le uniche battute vere.

– Anche per me, non mi sono mai sentito tanto a disagio in vita mia. Senti perché non proseguiamo la chiacchierata, al bar di fronte fanno degli ottimi aperitivi.

– Volentieri possiamo parlare di mal di pancia

– Perfetto.

Gli ultimi tre minuti se ne erano andati. Ben si ficcò la scheda vuota  in tasca e uscì decidendo di aspettare fuori Alice.

Annunci

Le vicende di Ben Cotti – 6: Raise to power

16 Ott

Franz era tedesco. Era un “rosso”‘, non si sapeva cosa aveva fatto, non ne parlava, e non stava col gruppo politici. A Ben cosa aveva fatto – non interessava. Ben era rapido in cucina, non faceva casini, aveva pazienza con i “clienti”. Lo chiamavano Monscerì, ma lui non reagiva, nessuno per ora gli aveva messo le mani addosso.

Franz lo adottò. Una mattina, passate due settimane di colazioni.

– Devo andar su – la rete degli uffici, un disastro.

– Ma qui c’è wireless?

Franz rise.

– Non si può. Regolamento. E poi chiamano i detenuti a fare le configurazioni.

Ben annuì, Franz riprese:

– Ti piacerebbe connetterti, eh?

Annuì ancora.

– Un modo ci sarebbe, die Vernetzung, il gancio alla rete su l’ho già preparato. Ci vorrebbe uno agile, per tirare il cavo da fuori…

– Ci sono, e ci sto.

Dovettero aspettare diversi giorni. Nel frattempo, si erano procurati il cavo UTP lungo, e Franz aveva piazzato il ripetitore fuori dalla finestra degli uffici.

Dalla finestrina delle cucine, si doveva salire sull’esterno per pochi metri. Era un tratto libero, comunque da lì non si usciva, si cascava sempre nella struttura. Ma loro dovevano uscire solo con un debole flusso elettrico.

Dalla finestrella spuntò il cavo, Franz lo assicurò all’interno. Tenendosi all’infisso della finestra Ben ricascò in cucina:

– Tutto fatto.

– Vediamo, Monscerì.

Attaccarono il portatile scassato al cavo, la luce di connettività si accese.

– Es funktioniert! E ora das Director. ci connettiamo in desktop remoto – l’ho abilitato all’ultima visita, e siamo a posto.

– La password del direttore?

– Grandhotel. Sì, ci piglia pure per culo.

Tramite quel cavo sottile, si aprì il mondo burocratico, bizzoso e privato del direttore, e anche l’accesso al fuori. Sapevano prima di tutti i turni, i trasferimenti, le scadenze, i favori. Iniziarono a vendere le informazioni, a sputtanare i secondini. Si procurarono un portatile nuovo, Franz fece configurare l’ Ubuntu a “monscerì” Ben.

Ormai stava per entrare in semilibertà – dei tre mesi per rissa ne faceva uno solo del tutto dentro. Ben era popolare e potente – ma stava per perdere l’aggancio lì dentro. Franz era forte, ma Ben aveva capito che a lui la rete del direttore e il giro lì dentro bastava. A lui no.

Quando aveva iniziato a battersi sul ring, gli amici con lui si allenavano, tiravano un po’. Ma a Ben non bastava, insisteva, cercava la tecnica, il colpo migliore. Aveva l’idea di essere veramente forte, in una qualsiasi cosa. Era questo che mancava a quei coatti – si fermavano sempre troppo presto.

Tutti i giorni in biblioteca, si era procurato i testi per rinfrescare la programmazione in C, le API nuove. Imparava veloce.

Poi la semilibertà anticipata, passava le giornate nella biblioteca di ingegneria, testi, codice e l’aiuto in rete dei compagni. Lavorava al regalino d’addio per il direttore. Trovò un vero asso in rete, “Leibniz”, smozzicava il suo inglese sulla chat.

La prima alfa del programma-regalo per il direttore – un cavallo di Troia – fece quello che un vero hacker non fa mai: passò i sorgenti completi a Leibniz. La segretezza è la finta forza dei deboli – il mondo degli hacker è riempito da stupidi. In 24 ore, Leibniz gli rese il codice, mille volte migliorato, con anche un cavallo di troia nascosto nel cavallo di troia.

Ben era certo che il “regalo” Leibniz glielo avrebbe migliorato ma anche bacato con un suo trucchetto, un verme, per metterlo alla prova. Due giorni per trovare e togliere il verme. Poi Leibniz in chat:

– Notizie?

– Ho trovato il trucco – il tuo verme è nascosto con una codifica in base 7.

– Bravo Candide – benvenuto tra noi.

All’inizio, tra l’inesperienza e l’inglese smozzicato, sulla chat dei tosti gli avevano imposto il nick “Candide”. Sempre sti nomignoli del cazzo.

Dopo un mese di semilibertà, il giorno prima di salutare il Grand Hotel, piazzò il cavallo di Troia al direttore. gli dava accesso da web a quella macchina e controllo completo. La miniera restava aperta, anche da fuori.

Usciva con già dei soldi in tasca, bastava trovare una prima carta di credito da pompare. Si fece portare al quartiere Prati, viale Giulio Cesare, case danarose. Un palazzo con un bar, comodamente dal tavolino – un aperitivo – agganciò una wireless, con una password ridicola. Leibniz gli aveva passato un croato che puliva i trasferimenti da carta di credito – si teneva il 10% – poco più di Paypal, e con più servizio.

Doveva però avere un conto in banca. Non aveva aspettato, dalla semilibertà aveva già aperto un conto via web e anche uno su Paypal. Il primo colpo lo doveva far subito, la sua nuova vita. Connesso, subito l’home banking. Allora faceva le ricerche a mano, non aveva ancora gli scanner, e anche i bonifici. Cazzo, 9000 Euro di disponibilità sul conto. Subito un bonifico di 8900 Euro, così il polletto non andava in rosso e nessun allarme.

Controllò la chat, Leibniz non c’era, l’ultimo recapito del croato – cambiava spesso – provò a chiamarlo. In linea. Visto il bonifico, “Where shall I move the 8000?”. Si era fregato dieci Euro, vabbeh, e 8000 chi i ha mai visti. Ben diede l’account Paypal le coordinate del conto appena aperto – tutta la comunicazione era criptata ad una infinità di bit – “You should have it by tomorrow.” Tutto in mezz’ora. 16000 Euro l’ora – da pazzi.

Era uscito dal Grand Hotel con 500 Euro in tasca.  Con quelli deve arrivare solo a domani. Poteva sbroccare, coca e festini, da tipico stronzo romano. Ma l’ideologia hacker gli stava dando tutto, voleva rimanere fedele. Voleva un profilo basso.

Franz quest’anno uscirà. Magari potrebbero prendere un appartamento insieme. Da domani gli farà arrivare il pranzo da fuori – cliente di lusso.

Tornò alla palestra “da Ettore”, che finalmente conobbe. Affittò l’appartamento all’ultimo piano di quel palazzo sgangherato, per mantenere un buon nome nel circondario fece sapere che spacciava coca a pochi ma potenti viziosi. Mantenne il soprannome Monscerì – anonimo, perfetto.

Si procurò anche un ferro, lo teneva sotto il portatile – seduto lì davanti era il posto in cui passava più tempo quando era in casa.

Le vicende di Ben Cotti – 5: Grand Hotel

2 Ott

L’ufficio del direttore era come tutti gli altri prima visitati, la foto del presidente della Repubblica, il tricolore. Disegni di bambini, in quel caso dovevano essere nipoti. Lui aveva una faccia da minestrone surgelato. Lo squadrò, gli chiese nome e cognome, età, grado d’istruzione ecc. tutte cose che poteva leggere – e leggeva – dal monitor del computer. Poi aggiunse:

– Vedo che ha fatto molti lavori e anche qualche studio, per noi lavorerà in cucina. Contento?

– Sì.

Fece un cenno con la mano destra e lo consegnò nelle mani dei secondini. Era il peggior incarico che potesse avere, i lavoranti della cucina si dovevano svegliare alle sei per preparare la colazione, il tramestio che provocava la loro levataccia faceva svegliare l’intero carcere, che aggiungeva un motivo per odiarli.

Seguì la consueta svestizione, la doccia, la vestizione. Fu dura abbandonare il parka in un cazzo di armadietto. Era tardi quando entrò nella cella con in braccio il corredo. La porta si chiuse, anche quel rumore era “il solito” ma provocò un nuovo lungo brivido nella schiena di Ben. Andò a mettersi in una della brande in alto, di certo non voleva offendere nessuno, fece una palla con il corredo e se la ficcò sotto la testa. L’aria era uno schifo, per non parlare del russare e della grida ogni tanto, nella notte. Era tardi e non aveva mangiato. L’ultimo dei suoi problemi. Dormire quello sì che era un problema.

La sveglia arrivò con il manganello che strisciava sulle sbarre. Ben si alzò prontamente e s’incolonnò insieme agli altri. Le cucine erano al piano terreno. Si marciava in colonna, in silenzio. Gli occhi di Ben scrutavano tutto e tutti con discrezione. La prima impressione data e ricevuta è la più importante. Man mano che si arrivava alla cucina l’odore di cavolo marcio e rigovernatura si faceva più intenso, ma a quello ci si abituava.

Il secondino ordinò 10 minuti per fare colazione, per il resto sentite Franz Franz uscì dalla cucina,pantaloni corti, All Stars ai piedi dalle labbra gli pendeva una sigaretta, scostò la cicca su un lato e disse:

– Ok ragazzi i cornetti sono di là, appena fatti la cioccolata è solo da scaldare.

Prese una boccata di fumo e rivolgendosi al primo della fila proseguì.

– Ale c’è uno nuovo?

– Sì.

– Com’è andata la notte.

– Non ha fatto un fiato.

– Ok spiegagli come vanno le cose, io sono di là formatto il computer di quel cazzone del direttore e poi mi collego, fate i bravi mi raccomando.